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libro del prof. Enrico TiozzoAcqui Terme. La 50ª edizione del Premio Acqui Storia viene aperta con la visita ad Acqui Terme del professor Enrico Tiozzo, cattedratico di Letteratura italiana all’Università di Göteborg in Svezia e autore di numerosi studi anche sulla storia d’Italia, che presenterà il suo volume “Matteotti senza aureola”, BastogiLibri Editore. L’incontro si terrà sabato 11 marzo alle ore 17,30 nella Sala Conferenze di Palazzo Robellini.

L’Autore verrà introdotto dal Patron del Premio Acqui Storia Carlo Sburlati e dibatterà sull’argomento con il professor Aldo A. Mola, che ha curato la prefazione dell’opera.

«Tiozzo separa nettamente la ricostruzione del crimine dalle interpretazioni che ne furono e ne vengono date. Le diverse “ragioni” che avrebbero armato la mano degli assassini reggono se fosse provato al di là di ogni dubbio che essi uccisero perché l’avevano progettato e dovevano farlo. La questione è tutta lì. Qui viene riesaminata in un’opera necessariamente imponente. L’Autore ci ricorda che omicidio preterintenzionale e/o volontario non significa premeditato. Eppure quest’ultima fu e rimase l’interpretazione corrente del “delitto Matteotti”, con ripercussioni politiche e culturali devastanti per l’Italia. Purtroppo, mentre il corso della storia procede a segmenti sconnessi, tanti “storici” lo riducono a una linea continuativa, adattata ai loro schemi ideologici e propagandistici. Non è il caso di Tiozzo, che fa finalmente luce sul crimine più sciagurato e sfruttato del Novecento, un secolo fitto di delitti misteriosi, in gran parte inspiegati.

La strumentalizzazione politica del delitto Matteotti, iniziata nel 1924 e tuttora in corso, ha fortemente condizionato la storiografia, responsabile di un quadro del crimine ormai passato in giudicato. Secondo una vulgata consolidata Matteotti sarebbe stato in possesso di documenti esclusivi, ricevuti a Londra, in grado di provare la corruzione di alti personaggi e addirittura di poter mettere in pericolo la stabilità del governo. Ambienti vicini a Mussolini avrebbero quindi pianificato l’omicidio del deputato socialista, eseguito poi abilmente da un gruppo di sicari specializzati che, uccidendo Matteotti, gli avrebbero sottratto una borsa con documenti.

La realtà è ben diversa e si trova nelle migliaia di carte processuali finora non consultate oppure attentamente scremate per non compromettere la tesi prestabilita. Matteotti non aveva ricevuto alcun documento a Londra né portava con sé alcuna borsa quando venne aggredito. Lo scopo del disorganizzato gruppetto di balordi e violenti che lo prelevò in strada il 10 giugno del 1924, era quello di intimidirlo e di seviziarlo. Alla colluttazione assisterono ben otto testimoni oculari le cui deposizioni finora non sono mai state studiate con la dovuta attenzione. L’analisi dei documenti processuali rivela in modo inequivocabile la preterinzionalità dell’omicidio e i ruoli svolti dai singoli aggressori, fra i quali spiccano Malacria e Volpi, mentre Dùmini era al volante dell’automobile.

A confondere il quadro del delitto contribuì poi in modo determinante l’istruttoria condotta maldestramente dai due magistrati responsabili, Mauro Del Giudice e Guglielmo Tancredi, interessati soprattutto a cercare ogni mezzo per mettere sotto accusa il fascismo anziché fare luce sulle circostanze esatte della morte di Matteotti.  Fra i molti aspetti cruciali volutamente ignorati figura il ruolo svolto dall’austriaco Thierschädl, del quale fino ad oggi non si è nemmeno riusciti a scrivere correttamente il nome e che, poche ore prima dell’aggressione, si trovava sulla porta dell’appartamento del deputato cercando di metterlo in guardia su quello che stava per accadergli. Il tradizionale pilastro su cui poggia la tesi del movente affaristico del delitto (l’articolo di Matteotti sulla rivista inglese «English Life») crolla di fronte a un esame critico. Lo sconosciuto mensile si occupava di cucina e di giardinaggio e l’articolo di Matteotti non ha il minimo valore probatorio, se soltanto lo si esamina, testo alla mano, anziché farvi continuamente riferimento come una sorta di magica chiave di volta del delitto. Lo stesso vale per il cosiddetto “testamento americano” di Dùmini, un testo del 1933, sconclusionato e chiaramente scritto a fini ricattatori, scelto però singolarmente dagli storici come unica testimonianza valida tra altre discordanti e anche successive.

Che Matteotti, estremamente gracile e in cattive condizioni di salute, sia morto accidentalmente a causa dei colpi ricevuti nel corso di una colluttazione con cinque balordi aggressori che volevano costringerlo a salire su un’automobile per somministrargli l’olio di ricino o per seviziarlo, non sminuisce in alcun modo il sacrificio del deputato socialista né la viltà del brutale sequestro di cui fu vittima, ma accertare con esattezza moventi e circostanze del delitto è dovere di chi voglia studiare la storia sulla base dei documenti e non su quella dell’indottrinamento politico».