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Gianni Rebora e Riccardo BrondoloVesime. Riccardo Brondolo, mosso, come di consueto, dalla “carità del natìo loco”, ha tenuto a battesimo con una sentita e struggente introduzione questo bel libro “fatto di pietre e di sogni” che Gianni Rebora, versatile e perspicace indagatore dell’arte e della storia valbormidese, dopo anni di pazienti e meticolose ricerche, non solo archivistiche, nonché di confronti e di sopralluoghi, è finalmente riuscito a portare a termine, arricchendolo peraltro di uno splendido corredo fotografico e di una serie di appendici documentarie di primaria importanza. E se, al centro del volume torreggia, com’è ovvio, il maestoso castello, oggi ahimè ridotto a un imponente rudere assediato dalla boscaglia - “quasi metafora del tempo” -, gli fanno da contorno, per forza di cose, le vicende del villaggio cresciuto ai suoi piedi, sulla sinistra della Bormida, nella piana dove un tempo passava la strada romana.

Qui, ad vigesimum lapidem, vale a dire a venti miglia da Aquæ Statiellæ, in un’area già colonizzata dai Romani e forse, prima ancora, dai Liguri, sorgerà, in una data imprecisata dopo il Mille, la villa di Vesime: il toponimo - in Vesimo, in Vigesimo, dal numero del miliare - non è infatti attestato prima del 1170 e del 1179. Nell’Alto Medioevo, per ragioni di sicurezza, gli abitanti avevano abbandonato il fondovalle, dove pure, a ridosso della strada romana, vi era una pieve “con le sue casupole”, per arroccarsi sulle propaggini collinari circostanti, nei pressi dell’attuale San Giorgio Scarampi. Qui si trovava appunto l’abitato di Masionti, una delle corti che l’imperatore Ottone I nel 987 donò al marchese Aleramo.

Nel fondovalle abbandonato si sviluppò invece una boscaglia, che solo dopo il MIlle, con la crescita demografica e l’arrivo dei benedettini stanziati a Spigno e protesi al recupero agrario dei mansi loro affidati dal marchese, venne via via dissodata. È in questo contesto che, nel giro di un paio di secoli, nacquero diversi nuovi villaggi e castelli. Tra cui Vesime, che nel 1179 contava su un proprio locus et fundus, ben distinto - anche territorialmente -  dall’antica pieve. La conseguenza di questo “slittamento a valle” comportò la progressiva perdita d’importanza della corte altomedievale di Masionti, tanto che il toponimo sarà non a caso menzionato per l’ultima volta nel 1209, come locus et fundus autonomo.

libro, il castello di Vesime e la sua genteLa messa a coltura di nuove terre fu dunque avviata e promossa dai benedettini, ma - è da credere - anche dagli stessi feudatari, che per ribadire la loro giurisdizione sul territorio circostante provvidero a erigervi un castrum, e questo, al solito, si rivelò un polo di attrazione per la popolazione che abbisognava di protezione. Del castrum Vecimi si ha notizia solo a partire dal 1209, nel documento con cui il marchese Ottone del Carretto e il figlio Ugo cedono al comune di Asti alcune terre, tra le quali Vesime, per averne in cambio il dominio utile. È uno dei tanti casi di “feudi oblati”. All’epoca la struttura centrale del castello, costituita da mura, torri e caminate, era già in pietra ed occupava, grosso modo, l’area su cui attualmente insistono i ruderi, distinta in una parte superiore e in una inferiore.

Non ci attarderemo tuttavia a riproporre la minuziosa descrizione che ne fa, con il consueto acume, Rebora e nemmeno indugieremo più di tanto sulle diverse signorie che si succedettero nel dominio del castello (e quindi di Vesime) fino alle guerre del Seicento e alla sua distruzione ad opera degli Spagnoli. Diremo solo che ai del Carretto subentrarono nel 1300 gli Asinari e quindi (ai primi del ’400) gli Scarampi, fino al contrastato passaggio, nel secolo successivo, da questi ai conti di Biandrate e di San Giorgio. Ed è interessante notare che con questi ultimi Vesime tornò sotto il dominio di una stirpe di origini guerriere, dopo essere stata per oltre due secoli appannaggio di famiglie mercantili o feneratizie quali gli Asinari e gli Scarampi: tutti “lombardi” con vasti interessi imprenditoriali e creditizi anche nelle terre d’Oltralpe. La loro era una nobiltà di denari che col tempo si era affiancata e talora sostituita all’antica aristocrazia di spada.

Con il loro avvento era quindi fatale che lo stesso castrum, originariamente concepito per ospitare un castellano e una modesta guarnigione militare, venisse a più riprese ampliata, adattata a residenza signorile e dotata pertanto di comforts, di prestigiose sale di rappresentanza, di comode pertinenze. Gli interventi edilizi che si susseguirono, a cominciare dal Trecento, sono descritti e analizzati con cura dall’Autore, che parla anche delle divisioni e degli abbellimenti via via apportati al maniero con la redistribuzione degli spazi interni, la pittura delle sale, l’edificazione di una cappella. Particolarmente utile per allargare l’indagine all’economia e alla vita del villaggio è l’inventario del 1575, che Rebora trascrive per intero in appendice, mettendolo pure a confronto con altri inventari di piccoli possidenti vesimesi. Ne viene fuori un quadro complessivo che, con l’aggiunta dei dati desunti da alcuni testamenti, dagli atti di dote, dai contratti agrari, fornisce un’idea abbastanza precisa delle condizioni di vita materiale, dello stato degli arredi domestici, del vestiario, dei rapporti economici vigenti all’interno di una comunità, nella quale, se pur non mancassero artigiani e commercianti, l’agricoltura e la pastorizia avevano comunque la netta prevalenza. In ambito agrario le differenze erano marcate: oltre ai detentori pro tempore dei benefici ecclesiastici, c’erano i proprietari (tra cui primeggiavano ovviamente i feudatari), i loro fittavoli e i contadini (o “coloni”) che ne conducevano le terre: ora in enfiteusi perpetua, ora a colonia parziaria, ora a mezzadria, ora in affittanza. Ma la vita del paese, per tante famiglie già ordinariamente dura e aleatoria per i gravami feudali e per gli imprevedibili capricci della natura, era poi condizionata dalle guerre frequenti, dal transito mai indolore degli eserciti, dalle epidemie.  Anche di questo Rebora dà conto, sia pure di riflesso e rimandando, quando è il caso, al racconto a suo tempo imbastito da Aly Belfadel nel suo volume su Vesime tra cronaca e storia.

Tirando le somme, si può dire che questo è un libro certamente impegnativo, ricchissimo di informazioni, dotto e nello stesso tempo veridico, cioè puntualmente documentato (non sempre le due cose vanno insieme): un libro da cui c’è molto da imparare, e non solo sulla storia di Vesime. Anche se - come giustamente asserisce Riccardo Brondolo nella sua introduzione, suggestiva di risonanze autobiografiche e di plusvalore sentimentale - è soprattutto di Vesime che qui si tratta o, meglio, del suo castello, il quale è “l’emblema, l’arma che ne riassume storia e qualità”. Averne affidato la storia alla carta e all’inchiostro, in un’epoca che sembra congedarsi dalla “galassia Gutenberg” per destinazioni virtuali, segnate dal disincanto e dalla precarietà, è ulteriore titolo di merito. L’unico vero modo per garantirne la memoria. Per farne un monumento.

Carlo Prosperi