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libro di Augusto MontiNon c'è libro più augurale, per cominciare l'anno, si può a ben ragione pensare, di quello che ha titolo “Continuare per cominciare” (Araba Fenice, 2016). Che è poi l'epistolario - dal 1910 al 1966 - di Augusto Monti (Monastero Bormida, classe 1881).

 L'autore del romanzo della nostra Valle Bormida (tra Acqui, Ponti, Bistagno, Monastero, Cortemilia...) dei Sansôssì.

Indici compresi, più di settecento le pagine. Con missive indirizzate ora a Gaetano Salvemini, agli Einaudi (padre e figlio), a Benedetto Croce, Piero Gobetti, Luigi Russo, ad Arrigo Cajumi, ad Andrea Viglongo. Senza dimenticare Franco Antonicelli e Giuseppe Prezzolini, e Paola Malvano, sino a Cesare Pavese e Norberto Bobbio.

 Ma di tutti corrispondenti qui è impossibile, ovviamente, rendere conto.

 La raccolta è inaugurata da una introduzione di Giovanni Tesio, alla figura del nostro Autore legata da una lunga consuetudine di studi (sin dalla monografia Augusto Monti. Attualità di un uomo all'antica, edito da L'arciere nel “lontanissimo” 1980).

 Una consuetudine che, così, a Tesio permette di fissare in poche righe (gran dote la sintesi) un aspetto (tra i tanti) di questo scrittore, sfaccettato, sempre un poco sfuggente, tanto classico, quanto irregolare, che si applica in quella che è stata definita, dall'allievo Massimo Mila, una “scrittura d'ascolto”. Che, a suo modo, un poco richiama anche certi modi verghiani (di cui chi scrive ha già riferito su queste colonne).

Nel segno di Vittorio Alfieri

 Ma “il piglio di Monti, dall'inizio alla fine, è pur sempre quello del professore che non deroga, che 'se la va a cercare', che entra addirittura in gara con i suoi discepoli per non essere civicamente e onorabilmente 'da meno' di loro, incarcerati dal Fascismo (si veda l'autobiografismo eccellente di un libro come I miei conti con la scuola). Disegnando così il profilo di un uomo probo, netto deciso [corsivi nostri], capace di leggere le novità, ma sempre secondo i termini di una formazione di stampo ottocentesco.

 Pronto a delineare di tale formazione - attraverso la ricostruzione progressiva di una intera storia familiare, rintracciata per li rami - personali passaggi ereditari e culturali, ma anche cruciali transizioni”.

In concreto...

 E non è un caso che Giovanni Tesio rammenti (citando Umberto Eco, e la “bustina di Minerva” Capire la cronologia), la questione del giuramento fascista dei professori universitari del 1931. Di uomini che, all'epoca, più che cinquantenni, avevano fatto esperienza dei tempi di Umberto I e, dunque, potevano bene saper discriminare tra parlamentarismo, democrazia e dittatura.

 Eppure quello fu un assai poco onorevole (per non dir altro) plebiscito.

 Per Augusto, invece, una sorta di secondo 1848 (quello di papà Bartolomeo, che al bivio di Cortemilia, nei Sansôssì, aveva preso la decisione “meno opportuna”: quella conservativa, di una non partecipazione agli eventi, con un improvvido ritorno a casa dal collegio; oltretutto abbandonando gli studi e le ambizioni letterarie, pur sempre coltivate, ma amatorialmente, un poco da “intruso”).

Con la differenza di una situazione anni Trenta, per Augusto, ben più complessa, rischiosa e tormentata.

 Ma, per lui “integro e irriducibile” - e a tutti i costi aveva voluto quindici anni prima andare a combattere (e dire che il suo preside a Sondrio ne aveva dichiarato l'insostituibilità: e dunque la prima “guerra” fu per il prof. Monti quella delle carte): “l'Isonzo, Ronchi, ai piedi del Sei Busi”, il reggimento in linea a quota 208...- ti daremo un uomo con un mulo”: è il maggio '17, e son proprio le ultime righe del romanzo familiare, che comincia dai tempi della Rivoluzione e di Napoleone - ma, per lui “integro e irriducibile”, pur non essendo accademico, la scelta di un impegno “controcorrente” rispetto ai colleghi.

La scuola e l'impegno

“Continuare per cominciare”: da un lato una sottolineatura della coerenza.

Dall'altro la fiducia in un progetto. Un guardare ottimista alla storia.

Complice l'inizio dell'anno, abbiamo provato a scorrere le lettere che Augusto Monti vergava ai primi di gennaio.

Ecco così che proponiamo due riflessioni che, pur cronologicamente distanziate (e ritornano curiosamente i cinquant'anni: ecco una lettera a Prezzolini del 4 gennaio 1914; e un'altra del 3 gennaio 1963, a Norberto Bobbio) attestano la centralità di un impegno civile.

 E, poi, di un “metodo” (e aggiungeremo anche un breve appendice).

 Un impegno che tanto per il giovane Augusto, quanto per quello vecchio [già ultra ottantenne: ma sempre uomo della dignità e della serietà “al di là di ogni propensione teatrante, lontana da superficialità, folklore, e facili entusiasmi”], ma sempre “fanciullesco”, cominciano, evidentemente, da una “buona scuola”.

Vera. Autentica.

Solo nel nome, purtroppo, simile a quella che il 2017 eredita dall'anno appena concluso.

G.Sa

 

Il “Buon Anno” del prof. “Coraggio e avanti!”

È messo subito bene in evidenza, da Giovani Tesio, il tema conduttore, il leit motif dell'Epistolario Monti.

 “La maggior parte delle lettere tratta di problemi legati alla scuola, alla sua organizzazione, ai suoi statuti, alle sue storture, ai suoi cambiamenti, e anche alla posizione di volta in volta politica in cui collocarsi a contatto con una società in movimento, che nell'età del 'secolo breve' ha richiesto agli intellettuali una notevole dose di coraggio operativo, di scommesse difficili, di scelte rischiose”. Dalla questione meridionale al giolittismo, dal nazionalismo alla Grande Guerra; e pi questione operaia, Fascismo, colonialismo, sino agli anni 1940-45, al dopoguerra e alla trasformazione del Paese da rurale a industriale.

 ***

Ma torniamo, come promesso, all'argomento della scuola.

Così Augusto Monti a Giuseppe Prezzolini (da Sondrio, il 4 gennaio 1914: terminata l'esperienza di insegnamento a Reggio Calabria, eccolo professore al Liceo “Giuseppe Piazzi”, che abbandonerà successivamente per partecipare al corso allievi ufficiali di Parma, e prendere parte alla Grande Guerra). Sottolineando il valore della “condivisione” (come a dire: una riforma - scolastica, o costituzionale - non va imposta; ma ha bisogno del più ampio concorso, del contributo di tutti; e anche della “base”, di chi in aula si reca tutti i giorni).

 “Io non so proprio se la scuola media meriti tante premure; certo, però, che se la si vuole davvero migliorare, bisogna prima promuovere in Italia una corrente di vivo e intelligente interessamento ai problemi che vi sono connessi, e far convergere su di essi l'attenzione di quanti nella scuola e fuori, hanno animo e propositi di educatori. Saremo noi capaci di tanto?”.

  ***

 Spicchiamo l'annunciato gran salto. Per giungere al gennaio 1963.

 Nella risposta a Norberto Bobbio [lettore del manoscritto de I miei conti con la scuola, opera che uscirà solo nel 1965, che gli comunica il suo apprezzamento; e basta un periodo per far emergere la stima di Augusto nei suoi confronti: “Se il libro troverà, non dico migliaia, ma dozzine di lettori provveduti come te il successo, il successo che importa, sarà assicurato”] nella risposta a Norberto Bobbio, altre considerazioni attualissime.

 “Non credo che, come dici tu, le cose della scuola quanto gli uomini vadano oggi peggio di ieri e di ierlaltro: penso, piuttosto, che codeste decadenze di istituti e di civiltà non siano dovute ad eclissi di ingegni o ad improvvisi isterilimenti della vegetazione umana in un Paese, ma piuttosto ad un fenomeno di trasferimento di cure, e di attenzioni, da parte degli ingegni umani più pronti da un campo ad un altro della attività speculativa o artistica o politica; verrà di nuovo il momento in cui gli ingegni torneranno a battere le vie abbandonate da tempo; spetta ai 'politici' non già prevedere codesti andirivieni, ma, una volta manifestatisi, favorirli e agevolarli”.

 Conclusione con alcune righe di pochi giorni più avanti (8 gennaio, sempre 1963), indirizzate da Aurelio Verra (prima partigiano, poi insegnante tra Dronero e Cuneo, e quindi preside, ma dal 1968, al “D'Azeglio”). Una chiosa ad un “ragionato e dionisiaco” divertito paradosso: “Bella l'Italia ma senza gli Italiani; bella la Chiesa ma senza i preti; bella la scuola ma senza professori”.

 Che così sollecita Augusto Monti. “Però noi professori religiosi italiani i più cari amici li contiamo fra gli italiani, i religiosi, i professori. E poi, e poi... ci son sempre gli scolari che, in attesa di diventare... professori preti italiani, sono quei ragazzi che se tu gli vuoi bene, vogliono bene anche a te. E a te si affidano. [corsivi nostri].

 Dunque, coraggio e avanti!”.

G.Sa