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prof. Giacomo JoriAcqui Terme. Dal prof. Giacomo Jori (Lugano, Università della Svizzera Italiana) la prima lezione di un ciclo (valido per l'aggiornamento dei docenti: con accreditamento in collaborazione con l'Istituto Superiore “Guido Parodi”) promosso dall'associazione “Archicultura”.

 A seguito della precedente lezione (programmata a fine novembre, ma annullata e rimandata, che doveva vedere ospite Carlo Ossola), è da Torquato Tasso (Sorrento, 1544- Sant'Onofrio al Gianicolo, 1595) che i percorsi intorno a poesia e letteratura han avuto inizio, a Palazzo Robellini, venerdì 16 dicembre. Prendendo le mosse da un pellegrinaggio (sia pure “in armi”) con cui si sostanzia uno dei capolavori più alti - anche se non più “di moda” della Letteratura Italiana. (Anche lei finita nel mortificante tritatutto delle “settimane corte” e delle “ore” di lezione più virtuali che reali).

Contro i pregiudizi

 Ma davvero esiste un “primo” e un “secondo” Tasso? Con un Autore capace di scrivere “un poema d'amore”, che insiste sulle celeberrime coppie Rinaldo/Armida & Tancredi /Clorinda, e poi si trasforma in un tormentatissimo poeta della Controriforma, attratto (o ossessionato) dalle rime sacre, che ripudia la precedente produzione? Davvero è questo il Tasso, sorta di “poveretto diviso in due”, pirandellianamente doppio, che la critica desanctisiana pare aver identificato? O il paradigma è rovesciabile?

 E, inoltre, siamo davvero sicuri che la suggestione della Gerusalemme Celeste termini con il Medioevo?

 Forse andrà introdotta - aggiungiamo - accanto a quella dei secoli “lunghi”, anche quella delle età che travalicano gli spartiacque tradizionali, e che magari procedon più sottotraccia, e lasciano eredità davvero “sensibili”.

 Certo: la cornice è quella del Rinascimento. Ma poi occorre fare i conti anche con il Michelangelo della Cappella Sistina. E altri “dati” in apparenza “disorganici”.

 Ancora una volta la complessità della realtà urta con le regole semplificatorie, con gli schematismi. E a certe letture si deve applicare una revisione.

 E, allora, vale il discorso di una materia, quella della prima crociata, che è propria “di una vita”: la giovanile Gierusalemme (1559-60), porta alla Liberata (1581), e poi alla Conquistata (1593), e pure con l'arbitrio di un tradimento che si consuma rispetto alla volontà dell'Autore (poiché non l'ultima versione, ma la penultima entra nel canone).

 E il tutto con un approccio che rimane coerente non solo al tempo (ecco la diffusione a stampa della Belli Sacri Historia, di Guglielmo di Tiro, con la editio princeps latina nel 1549, quindi con la versione volgarizzata, nel 1562, giusto giusto dieci anni avanti Lepanto: il pericolo turco è elemento decisivo anche nei conflitti tra Francesco di Francia e Carlo V), ma anche al “sentire” di Torquato.

 Prima di guardare alle ottave di un poema uno & trino (un po' come i Promessi Sposi...), anche altri confronti: come possono essere “diversi” il sonetto Al signor Iddio/ Padre del cielo 1567 e la sua riscrittura (ove [l'Autore] Prega Iddio che gli mostri la dritta strada da ritornare alla celeste patria)?

 Possibile che il primo non sia un “testo religioso, ma solo un esercizio “di maniera”, “penitenziale”, e il secondo mostri una vera devozione?

 E non è quello della pietà, e della misericordia, prima evangelica e poi “petrarchesca” (e qui basterebbe riandare ai versi dell'apertura metaletteraria del Canzoniere, che poi si fissa proprio nel binomio “pietà & perdono”) il suggello che Tasso sembra imprimere nel suo poema? E non sono gli stessi amori compatibili con le armi, poiché la vita tutta è militia?

 ***

 Ricca e “larga” nei suoi riferimenti, documentata l'esposizione di Giacomo Jori (al pari delle pagine dei saggi de La città del Padre, Aragno 2013 che condensano - e sviluppano - molte delle linee presentate nella lezione). Una lezione, di fatto, impossibile qui da inseguire (e senza trascurare i “moderni poemi” del cinema: ecco, ad esempio, Lars von Trier, con Melancholia, 2011).

Ma per almeno due riscontri è necessaria una chiosa

 Poiché, nella prospettiva di un mondo “piegato verso la fine” è subito da computare una significativa variante alla vicenda storica: “già 'l sesto anno volgea [terminava], ch'in oriente /passò il campo cristiano a l'alta impresa”: l'assedio a Gerusalemme (che ripete quello di Troia) si colloca nel settimo anno, in tempi di Apocalisse, con il pensiero ad una renovatio e, soprattutto, in perfetta consonanza con le pagine di connotazione escatologica come quelle del Mondo creato (le edizioni, postume, sono del 1600, parziale, e del 1607, integrale) in cui la componente filosofica teologica è preponderante.

***

 Quanto al secondo passaggio proposto in analisi, ecco - nel cuore della Gerusalemme - il Combattimento di Tancredi e Clorinda, con l'epica del duello che lascia il campo alla grande poesia religiosa (il perdono, il battesimo; sino alle parole finali “s'apre il ciel; io vado in pace” di una guerriera divenuta ancella). E soprattutto con Claudio Monteverdi finissimo esegeta: pronto ad attingere, per comporre il “libretto” di questo archetipo del melodramma, di fatto fondendole, a Liberata e Conquistata. E a contrapporre agli strepiti dei madrigalismi, alle fanfare guerresche, all'hoquetus che rende la successione dei violenti colpi, una melodia finale in cui si percepiscono rarefazione ed elevazione.

 Improvvisamente il campo di battaglia si è trasformato in chiesa e santuario. E le luci dell'alba possono salutare un nuovo miracolo della misericordia.

G.Sa

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Talori onorati, talora ripudiati

Mondo e letteratura una questione “di padri”

 Acqui Terme. Le interpretazioni trasversali della Letteratura, per un verso o per l'altro, sono sempre le più affascinanti.

 Ecco, allora, anche una “letteratura in omaggio al Padre”. Che identifica un Eden cristiano, ma anche un'epoca d'oro, un tempo di Saturno, in cui gli uomini sono vicini agli dei.

 E qui ci si può mettere anche Virgilio, con l'Ecloga IV celeberrima del puer (figlio di Antonio? di Ottaviano? di Asinio Pollione?) poi scambiato per il bimbo di Betlemme, con cui il poeta latino viene eletto a profeta.

 Ma poi il mondo invecchia (senescit dice Adso da Melk, nel Nome della Rosa).

 Si percepisce la caduta, e insieme, la nostalgia per il passato felice, uno spleen che è risposta al disagio. Può provarlo il cristiano (come il Tasso), o chi si professa non credente, come Leopardi, come Baudelaire, i cui tempi di ferro (non solo metaforici, ma anche “alla lettera”: ecco la velocità dei convogli trainati dalle vaporiere) sono quelli della modernizzazione ottocentesca, che travolge tutto e tutti. In mezzo alla schiera anche Giovannino Pascoli. Per lui l'Eden è il nido avanti la data del cataclisma: il 10 agosto 1867. E allora non resta che bisbigliare, strozzare le parole. Un po' come aveva fatto Francesco Petrarca.

 Da un lato il Padre: Dio. E i padri: Bernardo Tasso per Torquato; Petrarca o per gli altri Classici cui si guarda riverenti, Omero in primis. Ma c'è anche Padron 'Ntoni dei Malavoglia. O il fra Cristoforo manzoniano, padre indiretto non solo per Renzo e Lucia, ma anche per lo scapestrato Rodrigo.

 Da una parte della lavagna uomini Eneadi (e Umberto Eco li chiamerà “apocalittici”). Che professano - nunc et semper - l'imitazione: o di Cristo, o di un genitore. Di cui rispettano l'auctoritas. O, addirittura, di un felice, ma ingenuo, selvaggio (secondo la linea Rousseau-Rimbaud).

***

Se paura, guerra, pace miserevole (per dirla con Hobbes, Spinoza, Locke) contraddistinguono le origini, ecco che saranno la ragione e i sogni positivi a correggere lo stato di natura.

Nel segno dell'homo faber. O dell'artifex. Ora gridando dantescamente - e come Ulisse sempre pronti a partire - le certezze. Ora anche nel segno dell'ironia. E qui troviam l'Ariosto che canta la follia per esaltare la ragione. E poi Galileo, Voltaire, Sterne, Italo Calvino... Sino a Sigmund Freud e al complesso di Edipo.

 Gran bella invenzione la Letteratura....

g.sa