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Andar per termeAcqui Terme. Sorpresa. Le Terme di Acqui tra le eccellenze del settore in Italia. Ma chi lo dice? Un libro. Ecco che in Andare per Terme - i tipi son quelli de Il Mulino, nella collana “Ritrovare l'Italia”- Annunziata Berrino (per lei un'escursione in terreni altri rispetto a quelli accademici, in questo caso dell'università di Napoli: presso l'ateneo intitolato a Federico II è infatti docente di  Storia Contemporanea: del resto siamo nell'ambito degli “itinerari d'Autore”) pone Acqui nell'Olimpo termale.

È questo un libro, lo riconosciamo, “di ieri”, di un paio d'anni fa, ma ovviamente sempre attuale, che solo ora è stato sottoposto alla nostra attenzione. E che, soprattutto, ed è la cosa più importante, ci vede in buona compagnia in materia di acque calde (e fanghi) della salute.

Come una squadra di calcio: un undici vincente.

 Già: perchè undici son le località  segnalate, che si spartiscono, dopo la premessa, circa 150 pagine. Da Roma a San Giuliano Terme; dai Bagni di Lucca ad Acqui; da Merano a Salsomaggiore; quindi ecco Castellammare di Stabia, Sambiase di Calabria, Santa Cesaria. Quindi  Lipari ed Ischia.

 Con un impianto che ha un antecedente nella Osteria del giornalista tedesco del “Berliner Tageblatt” (cui più volte abbiamo attinto) Hans Barth. Che nel 1909 - con prefazione di Gabriele D'Annunzio e traduzione dell'acquese Giovanni Bistolfi (“Sancho” lo pseudonimo) sulla “Gazzetta” cittadina, annoverava – i ristori d'Acqui. Con la nostra città (unico centro termale) citata accanto a   Verona e Lago di Garda, Milano, Torino e Genova, sin a scendere giù sino a Bologna, Firenze, Roma, Napoli e Capri.

Sei fango e con il fango guarirai

 In esergo, ad introdurre il “capitolo acquese”, questa massima, che è anche augurale principio. Di conio ottocentesco.

 Un po' di storia, gli Statielli e i Romani, la celebrazione di Aquae da parte di Plinio il Vecchio, e poi, dopo la fase medievale, la rinascita.

 Ecco: a Palazzo Robellini sabato 10 dicembre un pomeriggio per i Gonzaga. Ed è proprio dai  Duchi di Mantova, in pieno Cinquecento, che viene il rilancio.  Acqui che a loro cede la zona dei bagni oltre Bormida (per risparmiare sulle  spese di ospitalità...).  Nel 1570 un editto che ammetteva i bagnanti nel centro cittadino solo quando “la fabbrica”, costruita presso il lago caldo al di là del fiume fosse al completo. Ecco i Duchi che cintarono le sorgenti, e al di fuori delle mura le piccole camere...

   Tra gli scritti più antichi di questa fase le testimonianze di Simon Antonio Leveroni, medico e filosofo,  che narra, nel 1606,  delle immersioni dei bagnolanti, e del riempimento da parte loro, “rossi come gamberi cotti” dei vasi di fango.

 Quindi nel 1679 la frana dello “Stregone”, l'arresto di ogni attività per otto anni, e poi  la ricostruzione proprio  su iniziativa di quel  Ferdinando (Carlo) Gonzaga su cui Raffaele Ottolenghi e Carlo Botta indirizzano i loro strali. Il “gaudente” e un po' farfallone ultimo Duca, è il mecenate ricostruttore, che si riscatta con i progetti operativi affidati  all'acume di Giovanni Battista Scapitta.

Un salto di  cent'anni abbondanti e si arriva a Napoleone, ai Francesi e agli studi di Joseph Mojon, professore di chimica farmaceutica dell'Università Imperiale di Genova su acque e fanghi.

Poi i Savoia, con citazione per Cavour (le terme come   strumento di difesa della sanità pubblica, e di pubblica utilità- è il 1852), Giuseppe Saracco (inutile approfondire...perchè troppo c'è da ricordare: noi rammentiamo solo l'inaugurazione del tempietto della Bollente nel 1879) e il morigeratissimo medico Plinio Schivardi.

La città  - è il 1869 - ha nulla che attiri (il che è per lui un merito: niente giochi d'azzardo, salons, occasioni di  piaceri... solo un teatro privato, sale da conversazione con bigliardo...; ma altro sarà l'approccio del gaudente Hans Barth che incrocia da queste nostre parti nell'estate 1897: l'arrivo della Belle Epoque è anche questo... e poi il resto fanno i romanzi di D'annunzio e ”alla D'annunzio”). 

Ma questa componente “mondana”, poc'anzi rammentata, per il direttore degli stabilimenti è solo un “contorno” trascurabile.

“Ad Acqui solo i veri ammalati, i veri bisognosi giungono... sciancati strascinantisi alle grucce”. E la loro guarigione dipende dalla ninfa sanatrice del fango (e Barth per non sbagliarsi  canterà Acqui come come Miraculopoli, senza dimenticare  però pergole, vini e pietanze da leccarsi i baffi, e belle donne).

Ancora i fasti anni Trenta, la costruzione della piscina più grande d'Europa, e poi i temi difficile del secondo dopoguerra. Con gli anni  più recenti contrassegnati dall'attesa di investitori privati in grado di proporre un rilancio e fermare, se non la decadenza, la stasi.

***

Quel che però più potrebbe piacere ai lettori acquesi è la chiusa.

“Acqui non è solo la ricchezza delle sue acque. Bensì la ricchezza eccezionale delle testimonianze documentarie che hanno accompagnato, dall'antichità, l'uso delle acque e dei suoi fanghi. Che, così, ci consegnano un immenso patrimonio culturale”.

Evviva, evviva, evviva.

 G.Sa